Chi si ferma davanti alla teca della Gioconda, al Louvre, vede il dipinto, il vetro pulito, l'allestimento. Non vede quello che succede dentro la vetrina. Non lo vede nemmeno chi guarda i Gioielli della Corona alla Torre di Londra, o le collezioni di oreficeria etrusca dei nostri musei archeologici. Eppure in quello spazio sigillato di aria e materiali costruttivi c'è un equilibrio delicato, che se si rompe fa danni. Danni lenti, spesso irreversibili, che diventano visibili solo dopo anni.
La conservazione degli oggetti nei musei non riguarda soltanto il restauro dopo il degrado. Da qualche decennio esiste un'intera disciplina che agisce prima, sull'ambiente in cui l'oggetto vive, per evitare che il degrado si presenti. Si chiama conservazione preventiva, ed è diventata sempre più una questione di chimica analitica.
Cosa vuol dire "conservazione preventiva"
Fino a qualche decennio fa la conservazione del patrimonio culturale si giocava soprattutto sull'intervento riparatore. Un dipinto ingiallito, una lega ossidata, un tessuto sbiadito arrivavano al laboratorio di restauro dopo che il danno si era già verificato. La ricerca museologica ha spostato progressivamente l'attenzione a monte: molti dei processi di degrado dipendono dall'ambiente in cui l'oggetto è collocato, e controllando quell'ambiente si può prevenirli.
Il controllo riguarda anzitutto i parametri fisici classici — temperatura, umidità relativa, illuminazione. Ma esiste una dimensione meno intuitiva, che negli ultimi anni ha catalizzato l'attenzione dei conservatori di tutto il mondo. Nelle sessioni tecniche dei convegni internazionali di settore, dagli incontri dell'American Institute for Conservation a quelli dell'International Institute for Conservation of Historic and Artistic Works, una parte crescente delle presentazioni si occupa di composti chimici volatili e del loro effetto sui materiali costituenti degli oggetti.
L'aria che gli oggetti respirano
Una vetrina museale, sigillata per proteggere l'oggetto dalla polvere e dagli inquinanti esterni, ha un problema che chi non se ne occupa non sospetta: i materiali che la costituiscono rilasciano nell'aria interna piccole quantità di composti chimici. Adesivi, sigillanti, vernici, legni delle strutture di supporto, tessuti e schiume degli imbottiti emettono nel tempo composti organici volatili (VOC). In condizioni normali di aerazione queste concentrazioni sarebbero trascurabili. In un ambiente confinato si accumulano.
Il fatto che sui tempi lunghi della conservazione museale — decenni, secoli — anche concentrazioni infinitesimali diventino rilevanti è il cuore del problema. E le famiglie di composti che si trovano più frequentemente hanno bersagli diversi, ciascuno con la sua chimica.
Gli acidi organici, in particolare acido acetico e acido formico, aggrediscono le leghe metalliche di piombo, rame, zinco. Attaccano anche i materiali calcarei: gessi, gusci di molluschi e uova nelle collezioni di storia naturale, alcuni tipi di reperti archeologici. Le aldeidi, come la formaldeide, alterano pigmenti e leganti. I composti solforati ossidano l'argento, un problema particolarmente sensibile nelle collezioni di oreficeria e nelle raccolte numismatiche. Bastano concentrazioni di parti per miliardo per innescare, sui tempi che interessano un museo, processi di degrado percettibili.

Una filiera italiana silenziosa
Il fatto che gli oggetti custoditi nei più grandi musei del mondo siano protetti da un lavoro chimico-analitico continuo non è cosa che entra facilmente nelle guide museali o nei pannelli espositivi. Eppure dietro molte delle vetrine più prestigiose, dalla teca della Gioconda a quelle dei Gioielli della Corona, opera una filiera italiana che il visitatore non sospetta.
Goppion S.p.A., azienda milanese, è tra i costruttori di vetrine museali più importanti a livello internazionale. Le sue teche sono presenti in alcuni dei musei più visitati e più esigenti del mondo. Costruire una vetrina per un museo di quel livello significa progettare un ambiente controllato in tutti i suoi aspetti, compresa la chimica dei materiali che lo costituiscono. Per garantire che i componenti impiegati siano sicuri per gli oggetti conservati, Goppion si affida a un laboratorio chimico specializzato: il Laboratorio Analisi e Tecnologie Ambientali (LATA), anch'esso milanese, attivo dal 1980 e accreditato ACCREDIA, che opera come Chemical Expert e certifica i materiali costruttivi prima che entrino in produzione.
Nel maggio 2026 il responsabile del laboratorio LATA è intervenuto insieme a Goppion al 54° AIC Annual Meeting di Montréal, il principale incontro nordamericano dei professionisti della conservazione, presentando il protocollo di analisi sviluppato per le vetrine museali di alta gamma. Il fatto che un'expertise italiana venga chiamata a parlare di conservazione preventiva davanti alla comunità scientifica nordamericana dà la misura del livello che questa filiera ha raggiunto.
Il protocollo combina più metodiche: una camera di prova a piccolo volume in cui il materiale viene lasciato emettere in condizioni controllate, l'analisi dei composti rilasciati mediante gascromatografia accoppiata a spettrometria di massa (GC-MS), e la conferma dei risultati attraverso l'Oddy test, la prova storicamente sviluppata dal British Museum che espone provini di metallo puro all'ambiente da testare per verificarne empiricamente la sicurezza. Chi voglia entrare nel merito tecnico del protocollo, delle metodiche e degli standard di riferimento può leggere l'approfondimento pubblicato sul sito LATA.
Perché tutto questo riguarda anche chi visita i musei
La conservazione preventiva è un tema che vive ai margini della comunicazione museale rivolta al pubblico. Non c'è un pannello espositivo che spieghi quale protocollo di sicurezza chimica sia stato usato per la vetrina davanti a cui ci si è fermati. Non c'è un cartellino che indichi le concentrazioni di VOC misurate dentro quella teca prima che l'oggetto ci venisse collocato. Sono cose che avvengono a monte, nella progettazione e nella filiera che porta l'oggetto in sala.
Renderle un po' più visibili aiuta a capire meglio cosa vediamo quando visitiamo un museo. L'accessibilità del patrimonio culturale che diamo per scontata, il fatto che un dipinto del Cinquecento o un gioiello etrusco siano ancora lì nella loro forma originaria, dipendono anche da questa chimica silenziosa. Un patrimonio che continua a essere disponibile alle generazioni future perché qualcuno, in qualche laboratorio, ha misurato la giusta emissione di formaldeide da un adesivo, o ha certificato che una vernice non rilasciasse quantità sospette di acido acetico. Sono decisioni che si prendono su una scala di parti per miliardo. E fanno la differenza sul lungo periodo.
Fonti e approfondimenti
- American Institute for Conservation (AIC) — Il principale organismo nordamericano dei professionisti della conservazione del patrimonio culturale: culturalheritage.org
- International Institute for Conservation of Historic and Artistic Works (IIC) — Associazione internazionale che riunisce i conservatori a livello mondiale: iiconservation.org
- ICCROM — International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property — Organizzazione intergovernativa con sede a Roma, punto di riferimento internazionale per la conservazione del patrimonio: iccrom.org
- Oddy test — Descrizione della metodica sviluppata al British Museum per la valutazione dei materiali da esposizione: britishmuseum.org — Scientific Research
Articolo redatto in collaborazione con il Laboratorio Analisi e Tecnologie Ambientali (LATA) di Milano, accreditato ACCREDIA n. 0455 per le prove nel settore ambientale.
